sabato 6 dicembre 2008

Documento di presentazione dell'Assemblea Nazionale a Siena

I ricercatori, i dottorandi, gli assegnisti, i docenti a contratto, i titolari di borsa di studio, tutti noi precari della ricerca in Onda indiciamo un incontro e una conferenza stampa nazionale a Siena, per dire ancora una volta no ai tagli indiscriminati all'Università pubblica e alla sua privatizzazione, e per lanciare la prima auto-inchiesta nazionale che denuncerà la nostra reale condizione lavorativa all'interno degli atenei e certificherà l'elevata qualità della nostra attività scientifica, di cui le recenti leggi hanno deciso di privare l'università italiana.

Noi, che ne siamo da sempre la parte sana e produttiva, vogliamo continuare a costruire atenei in cui la ricerca sia svincolata da interessi prvati e il sapere libero e accessibile a tutti, indipendentemente dal censo e dalla provenienza geografica.

L'incontro si terrà Lunedì 8 dicembre alle ore 10 presso la Facoltà di Ingegneria dell'Università, aula 13, primo piano del complesso San Niccolò, Via Roma 56. Alle ore 15, nello stesso luogo, si terrà una conferenza stampa, in cui sarà presentata la campagna nazionale di auto-inchiesta.

La giornata si concluderà con la contestazione a Gianni Letta, che si troverà a Siena per ricevere il Premio Frajese dal direttore del Corriere di Siena, presso il Santa Maria della Scala, alle ore 18.

La scelta di riunirsi nella città toscana non è stata casuale, ma dettata dalla situazione emblematica dell’Ateneo senese. In seguito a una pesante crisi finanziaria, lo scorso 17 novembre gli Organi dell’Università degli Studi di Siena hanno approvato il drastico
“Piano di Risanamento 2009-2012” che rappresenta, di fatto, la prima applicazione su scala nazionale della futura riorganizzazione imposta all'università dai tagli della 133 e crea i presupposti per la trasformazione dell'ateneo senese in una fondazione privata. Il piano (in evidenza sulla home page dell'ateneo, www.unisi.it) colpirà maggiormente i precari della ricerca: docenti a contratto, assegnisti, dottorandi, per cui verranno tagliate risorse fino al 75%.

Non a caso, il progetto, che fa dell’Ateneo senese il laboratorio della nuova riforma universitaria, è stato seguito dal Governo - nelle figure di Gianni Letta, Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, e Gaetano Quagliariello, vice capogruppo del PdL al Senato - il quale ha anche indicato come proprio rappresentante nel CdA dell'Università di Siena David Cantagalli, imprenditore locale di area PdL.
La “copertura” governativa ha permesso al Rettore di procedere in maniera verticistica, scavalcando spesso gli stessi Organi accademici, tralasciando la consultazione delle diverse componenti della comunità accademica e nominando come nuovo Direttore Amministrativo Emilio Miccolis, nonostante il parere contrario del Consiglio di Amministrazione.

Come hanno affermato gli stessi Letta e Quagliariello, le misure del piano di risanamento senese si estenderanno ad altri atenei italiani: individuiamo in ciò un durissimo attacco alla qualità dell’Università pubblica, privata della forza-lavoro intellettuale rappresentata dalla sua componente più giovane e dinamica, l'unica in grado di garantire innovazione e diversificazione tanto nella ricerca quanto nella didattica. Inoltre, queste misure arrecheranno un danno enorme agli studenti, che contribuiscono in maniera decisiva al bilancio degli atenei ma che si troveranno a fare i conti con una drastica riduzione dell’offerta formativa e non potranno più beneficiare del confronto con chi, come noi, rappresenta il primo anello di congiunzione tra la ricerca del sapere e la sua trasmissione e applicazione.

Vi invitiamo a seguire il nostro incontro,
perché una cattiva università
è un danno per la società civile tutta e per il tessuto economico di un Paese.

venerdì 28 novembre 2008

Un interrogativo sulle ‘Linee guida’ del Ministro Gelmini

di Walter Nocito e Silvio Gambino (UniCal) - Calabria Ora (27/XI/2008)

Da un paio di settimane il Ministro Gelmini ha reso pubbliche le Linee guida per la riforma dell'Università facendone una piattaforma di confronto e anche di sfida all’Onda e all’intero sistema delle autonomie universitarie. Nell’ottica del Ministro, le Linee costituiscono la “proposta aperta” per realizzare la strategia del Governo Berlusconi per la Legislatura in corso, presentandosi come strumento funzionale a realizzare gli obiettivi strategici per l’intero Paese, identificati nell’equilibrio di bilancio, nella implementazione dell’Agenda di Lisbona e nel recupero del gap di competitività del sistema Paese (pag. 1, Linee guida).
Rispetto a tale impostazione del Governo, la domanda che pare lecito porsi è: può un sistema universitario essere conformato alle esigenze di equilibrio di bilancio e alla pura competitività del Paese-Azienda. L’interrogativo non è peregrino. La difficoltà di convenire sulla risposta spiega tutti i ‘problemi di comunicazione’ fra Paese reale e Paese legale, fra l’Onda, la Comunità scientifica e i governanti.
La risposta da parte di chi scrive è decisamente nel senso negativo e ciò per più ragioni, la principale delle quali risiede nella considerazione secondo cui la spesa pubblica, per la scuola, per la ricerca e per l’università, costituisce un ‘investimento di lungo termine’, destinato a produrre effetti positivi non necessariamente nell’immediato bensì nel periodo medio-lungo; per tale ragione non può essere valutata con parametri meramente aziendalistici o economicistici. Farlo significherebbe, inevitabilmente, lanciare alle ortiche secoli di quella cultura umanistica, europea e universalistica, che costituisce a tuttora la base di una umanizzazione per lo sviluppo sostenibile delle tecnologie contemporanee e che fa dell’Italia un vero e proprio ‘giacimento culturale’ che il mondo interno ci invidia.
Nella missione storica perseguita dalle autonomie universitarie, a partire dalla universitas medievale fino al modello franco-tedesco (humboldtiano), trova posto tanto la ricerca di base, intesa come ricerca pura, quanto la ricerca applicata, intesa come trasferimento tecnico e tecnologico dei risultati della ricerca scientifica negli ambiti necessari allo sviluppo della competitività socialmente sostenibile dei sistemi economici (creazione di reddito, equa redistribuzione dello stesso, mobilità sociale).
Esattamente a questo livello si colloca la valutazione negativa sulla cultura delle riforme universitarie praticate attraverso le leve del bilancio, le quali (tagli al FFO, blocco del turn over), produrranno inevitabilmente (almeno a partire dal 2010) l’abbandono degli ambiti della ricerca pura a solo ed esclusivo vantaggio di quella applicata, inevitabilmente asfittica e alla lunga improduttiva e insostenibile. Un esempio fra i tanti possibili. Potranno il MIUR e le singole università del Paese finanziare in futuro ricerche proposte dalla comunità scientifica sul diritto attico, sul sanscrito, sulla fisica teorica? Ma, se non potranno più finanziare tali filoni di base, continua ad avere senso citare le statistiche internazionali sul posizionamento comparativo degli atenei del Paese, rispetto ad università americane e tedesche dove tali ‘ricerche pure’ sono doviziosamente sostenute e finanziate alla pari di quelle ‘applicate’? Come si vede, ci si deve sempre interrogare sulla ratio e la strategia di ogni politica di riforma. Le risposte non sono mai scontate!

Lettera ai docenti di Ingegneria

Questa lettera ai docenti di Ingegneria è stata scritta a seguito del Consiglio di Facoltà del 25 Novembre 2008 dai precari invisibili della ricerca e dagli studenti che hanno assistito al consiglio.


Al Consiglio di Facoltà di Ingegneria
UNICAL


Rinfrancante, appassionata, esaltante questi sono stati alcuni degli aggettivi da voi utilizzati per commentare la performance televisiva di studenti e precari della ricerca dell’UniCal ad Annozero, ma più specificatamente di studenti e precari della ricerca della Facoltà di Ingegneria dell’UniCal. Vi siamo piaciuti. Alcuni di voi si sono detti orgogliosi di noi.
E poi siamo venuti in Consiglio di Facoltà a portare le stesse facce, gli stessi toni, indignati ma moderati, gli stessi concetti che tanto avete apprezzato seduti al divano di casa.
Se il nostro show è stato per voi entusiasmante, il vostro è stato ai nostri occhi deprimente.
Opportunisti, egoisti, ciechi, incapaci di pensare ad un obiettivo comune e lottare per esso, che nessuno si abbia ad offendere, così vi abbiamo visto noi.
Dopo gli applausi e i complimenti, si è tornati immediatamente alla dura realtà, quella fatta dai granitici blocchi di potere che dominano la nostra Facoltà, ai muro contro muro, alle logiche gerarchiche e baronali, alla bieca ostinazione di chi non vuole recedere di un passo di fronte a nulla.
L’esaltante esperienza di pensarvi diversi la delegate a noi, niente vi ha smosso di un millimetro.
E allora ci tocca continuare solo ad immaginare che in Consiglio di Facoltà, anziché consumare tempo ed energia in discussioni infinite, si discuta di come permettere agli studenti di diventare attori protagonisti nel loro processo di crescita e maturazione, anziché difendere a spada tratta i propri valvassori e valvassini, si trovi il modo di liberare idee e pensieri dal giogo dei maestri, senza l’avallo dei quali, adesso non si vive e non si muore, anziché asservire merito e prestigio accademico ai meccanismi spartitori, si pensi a come permettere a tutti di lavorare con dignità e orgoglio per generare nuovo merito e nuovo prestigio. E’ incredibile come anziché studiare e scegliere le strade più giuste per trattenere all’interno della facoltà le risorse umane giovani e meritevoli ci si scanni per ore su un avanzamento di carriera.
Ci spiace vedere un nuovo Preside già in balia di questi meccanismi spartitori. Ci saremmo aspettati che superasse l’empasse creatasi con l’audacia di chi riesce a guardare lontano, di chi riesce a riportare i colleghi sulla logica di cosa sarebbe giusto per la Facoltà, e invece abbiamo assistito ad un infelice “non me la sento”…
Preside, se lei non se la sente, noi, al contrario, ce la sentiamo. Se lei si lascia impaurire da cosa i Ministeri proclamano, noi, al contrario ci siamo stancati di avere paura. E la esortiamo ad assumere decisioni coraggiose e di rottura col passato.
A distanza di un mese dalla conversione in legge di un decreto ingiusto, offensivo, mortificante per chi produce cultura, voi, docenti di Ingegneria non avete ancora trovato un momento per produrre un documento che esprima indignazione per le politiche del Governo sull’Università. Da che parte state? Non l’abbiamo davvero ancora capito. Noi siamo al centro della lotta che mira a ridare una dignità al nostro futuro e al vostro presente, stiamo facendo rete e ci stiamo facendo valere, e voi? Decidetelo per favore, e fatecelo sapere con fatti, azioni, ordini del giorno dei Consigli di Facoltà, commissioni apposite, cambiamenti ai regolamenti e agli statuti, proposte negli organi di governo dell’ateneo. Le paternalistiche pacche sulle spalle o i complimenti non servono più. Vi esortiamo ad uscire dalla vostra ignavia, se decideste di non farlo o decideste di farlo per stare con chi minaccia la democrazia di questo paese, noi continueremo nella nostra lotta non violenta per cambiare una nazione che non premia i giovani, che non premia il merito, che non premia l’impegno. Semplicemente, se deciderete di essere un ostacolo, sarete anche voi travolti dall’onda della creatività, dell’entusiasmo, della partecipazione e avrete perso un’altra, l’ennesima occasione per provare ad essere quelli che avreste voluto essere agli inizi delle vostre carriere.

Gli studenti e i precari “invisibili” della ricerca
dell’Università della Calabria

martedì 25 novembre 2008

Contro la violenza sulle donne



Martedì 25 Novembre ... oggi!
giornata nazionale contro la violenza sulle donne


seminario - film - cena sociale - festa


dalle 18:00 in poi alla Zenith 2 Cubo 13C


a cura del comitatoeconomiaunical


Pensieri femministi sull’autoriforma dell’università

di Figliefemmine (Bologna), da Carta, www.carta.org

Come femministe che lottano, si muovono e creano saperi all’interno dell’università crediamo sia fondamentale un’analisi dal punto di vista di genere degli ultimi decreti legge in materia di istruzione e welfare.

Prendiamo parola come componenti del movimento sulla reale condizione delle donne nel sistema universitario attuale, con la volontà di portare un contributo alla critica dell’esistente e alla volontà di autoriforma espressa dalle studentesse e dagli studenti.

Partiamo dalla pesante ricaduta che ha lo smantellamento del welfare, di cui i decreti Tremonti-Gelmini sono espressione, sulle donne e sulla nostra libertà di autodeterminazione. Oltre a delegare la nostra salute ad enti privati, tagliando fondi ai Consultori e persino ai Centri Antiviolenza, promuove una retorica familista neo-fascista, in cui il lavoro di cura si riversa completamente sulle spalle delle donne, ancora una volta ricacciate in casa a occuparsi di bambini e anziani.

La famiglia è il luogo primario delle violenze contro le donne e del controllo sui nostri corpi e sulle nostre vite. Un’altra conseguenza è la gerarchizzazione femminile su linee razziali e di classe del lavoro di cura che si traduce in una regolazione dei flussi migratori sulla base dei servizi che il pubblico non vuole più garantire.

Il DL 137 riduce il tempo scolastico a 24 ore settimanali, decretando la scomparsa del tempo pieno. Questo pone fine ad un progetto pedagogico avanzato e decreta una divisione di classe tra madri che possono pagare per lasciare i bambini a scuola e madri che saranno costrette a pagare col proprio tempo e progetto di vita, tenendoli a casa, visto e considerato che ancora oggi gli uomini-padri non sembrano condividere quanto dovrebbero il lavoro di cura.

Meno tempo a scuola e classi differenziali per migranti significano precisa volontà di discriminazione e pongono le basi per un’educazione razzista, xenofoba, sulla scorta di un “pensiero unico” catto-fascista.

L’insegnamento nelle scuole primarie è tuttora demandato alle donne. Questa femminilizzazione dell’educazione comporta il perpetuarsi dello stereotipo che ci vuole inserite all’interno del mondo dell’istruzione solo nei gradi più vicini alle funzioni materne. L’enorme presenza di donne nelle scuole elementari e la decisione della Gelmini di imporre alle classi una maestra unica comporta il futuro licenziamento di massa delle donne.

La “razionalizzazione” del personale ATA sancita nel DL 133 significa anch’essa licenziamenti per le donne, che rappresentano due terzi dei lavoratori, e incide ulteriormente sull’occupazione femminile che nel nostro paese non può vantare dati dignitosi. Le modifiche all’iter di richiesta del part-time, che diventa una “concessione dell’amministrazione” penalizzano ancora una volta le donne che in un numero maggiore usufruiscono di questa modalità lavorativa.

La critica al DL 133, nella parte riservata alla “riforma” dell’Università, che in realtà sancisce tagli economici, di personale e la trasformazione dell’Università pubblica in fondazioni private, non può esimersi da un’analisi delle nefaste condizioni del sistema universitario precedente. In particolare è un sistema che per le donne rappresenta ancora un “tetto di cristallo”.

Le donne laureate superano di gran lunga il numero di uomini laureati ogni anno, il numero di ricercatrici di III Livello (precarie e sottopagate) è in aumento, ma risulta in decremento il dato sulle ricercatrici di I livello, il numero di docenti ordinarie è inferiore alla media europea, e nel CRUI (Conferenza Rettori Università Italiana) ci sono solo 2 donne su 67 membri, che rappresentano il 2, 6% contro il 25% francese. Il sapere è di fatto in mano maschile come in tutti gli ambiti economico-politici italiani, e si traduce nelle tante forme di potere patriarcale.

Riteniamo che il blocco del turn-over al 20% penalizzerà ulteriormente le donne, e le possibilità di ricerca sui saperi “non convenzionali” per il sistema italiano e in particolare sui “grandi assenti” Gender Studies. Con i tagli e senza una precisa volontà politica, la sperimentazione nella ricerca non è ammessa, la razionalizzazione finisce per limitare anche la ricerca tradizionale e a mercificare il sapere.

Da una parte in Italia, a differenza da tanti paesi europei e extraeuropei non esistono Lauree triennali in Studi di Genere. D’altra parte quando si traducono in insegnamenti all’interno di triennali o specialistiche vengono trasmessi dal punto di vista metodologico come specificità, senza metterne in pratica gli aspetti di messa in discussione della didattica ufficiale e delle asimmetrie di potere (si ripropone la lezione frontale, nozionistica…). I temi degli studi di genere si ritrovano a dover stare all’interno di compartimenti stagni limitanti, e, dove esistono, vengono relegati a nicchie di saperi che non prevedono la contaminazione con gli altri, neutralizzandone la natura trasversale a tutti gli altri insegnamenti. Non è prevista inoltre l’integrazione della didattica ufficiale con saperi che provengano dal basso, da soggettività altre, come le espressioni di movimento della società civile, in questo caso di donne femministe e lesbiche. Questo provoca l’esclusione di temi che noi consideriamo fondamentali per la formazione ma che il “sistema” non considera neutri, perciò sufficientemente scientifici o razionali. Ad esempio sembra impensabile proporre tesi di ricerca o addirittura corsi sull’autodeterminazione delle donne, sulla sessualità, sul sex work, sulle esperienze e la storia dei movimenti lgbtqi o sul transessualismo. Sono temi che, se portati dal basso all’interno dell’università possono aprire delle brecce, mettere in discussione l’intera impalcatura patriarcale sulla quale si regge il sistema di sapere-potere interno ed esterno all’università stessa.

Crediamo che la volontà di autoriforma non possa prescindere da un’analisi di genere sul sistema universitario italiano. Se l’onda decidesse di omettere questa critica, finirebbe per riproporre quel concetto di “neutralità” che finisce per escludere le esistenze, resistenze e desideri di tutte e tutti.

Per adesioni: figliefemmine@inventati.org

lunedì 24 novembre 2008

Articolo su Annozero

Riporto l'articolo di Angelo d'Orsi, professore di Storia del Pensiero Politico all'Università di Torino, pubblicato su "Micromega" del 22.11.


22.11.08 - Ad Annozero l’università modello Barbareschi
L’altra sera ho guardato la tv. Non lo faccio mai. Mai più di cinque minuti. Non per snobismo, ma per istinto di sopravvivenza. Non insisto. Sono certo che il lettore condivide i miei sentimenti, le mie sensazioni, la vera e propria angoscia che mi coglie davanti a un televisore acceso. Quale che sia il programma o la rete. Ma l’altra sera mi sono fermato, sia pure a tratti (come quando sei sott’acqua, senza respiratore né bombole d’ossigeno, e hai bisogno di riemergere per prendere fiato, così mi dovevo allontanare, ogni tot minuti, dallo schermo malefico): l’ho fatto per dovere professionale, diciamo così. Si parlava di università, ad Annozero, il programma di Santoro, su Raidue. Mi ha colpito l’arroganza sorridente di un ospite, tale Barbareschi, un attore che in anni non lontani, appena giunto al potere il Cav, aveva cominciato a denunciare “l’egemonia della sinistra” che l’aveva emarginato. Deve aver tanto rotto le scatole – a chi di dovere – che non solo è stato ricuperato in qualche programma televisivo, o forse pure in qualche spettacolino teatrale o in film di adeguato livello, ma addirittura gli è stata offerta una candidatura dal Capo. E, grazie alla legge elettorale dal Capo imposta all’Italia (una legge che il Centrosinistra al potere non ha saputo cancellare in 48 ore come avrebbe potuto e dovuto fare), è inopinatamente divenuto “rappresentante del popolo”. E in quel ruolo sembrava trovarsi perfettamente a suo agio, a giudicare dalla sua performance televisiva, nella quale ostentava un bell’abito nuovo di trinca, una barba perfettamente curata, e soprattutto la sicurezza di chi si sente dentro a “’na botte de fero”, come si dice a Roma…

Sulla base di tale tronfia sicumera, quella del vincitore, e di una pari incompetenza, su praticamente tutti i temi affrontati, il bel tomo interrompeva, ingiuriava, o, peggio, faceva le mostre di un sarcasmo patetico, ma anche inquietante. Parlava di università, il signor Barbareschi, pavoneggiandosi come se recitasse al Piccolo Teatro nei panni di un personaggio cechoviano, tipo ricco possidente che riceve i mugiki che portano le loro rimostranze, e ne ottengono in prima istanza una ramanzina, e, se insistono, una “salutare” bastonatura, inflitta tramite servi. Si era addirittura, il bellimbusto, portato dei “documenti”, che ha citato male, prendendo fischi per fiaschi, confondendo sedi universitarie, corsi di laurea, progetti di ricerca. Tutto a dimostrare che l’università e la scuola italiana vanno malissimo e che è necessario qualificare, rinnovare, “spendere meglio” (ora si dice così, quando si devono giustificare tagli alle spese essenziali, sociali, e culturali: spendere meglio) e che questo è l’intento della signora Gelmini, e del Capo. (Salvo, poi, aggredire il conduttore o chiunque altri esprimesse critiche alla situazione attuale, accusandoli di “spargere pessimismo”: come è noto la parola d’ordine del padrone è, ora: ottimismo, buonumore, e tanti sorrisi). Appollaiato in alto, goffo e stridulo, uno studente “dell’altra parte” (“perché non si fanno parlare anche gli studenti dell’altra parte?”, reclamava il cicisbeo: “ce ne sono tanti!”), gli dava man forte, in un duetto finale con uno studente piddì, che lo chiamava per nome, insistendo sull’amicizia con il fascistello. Penoso.
Per fortuna c’era anche un ragazzo esperto di leggi, di dati, e capace di ragionare criticamente: ma sembrava terribilmente fuori posto, anche perché, là, la parola te la devi guadagnare e la devi difendere mitra alla mano. Del resto anche il grande Fuksas, anneddotico (intanto insultato dall’impunito Barbareschi, dall’alto non si sa di quale scienza ed etica), non ha dato alcun contributo degno di questo nome al dibattito. E il buon Perotti non faceva che ripetere le tesi assolutamente “bocconiane” che tripudiano nel suo libro sull’università (che ha avuto la fortuna di uscire al momento giusto, altrimenti nessuno se lo sarebbe filato, come è capitato a molti altri libri prima di questo, rimasti cibo per palati raffinati e solinghi). Dalla Cattolica, Pietro Schlesinger, su uno schermo gigante, come un predicatore medievale, scagliava anatemi. Uno scenario surreale.

Se non sapessi qualcosa del mondo accademico, da quelle due ore, o forse più, di talk show, non avrei imparato un fico secco. Mi ha confortato però vedere e sentire i giovani dell’Università della Calabria: seri, ma vivaci, preparati, ma portatori di autentico sapere critico, combattivi, senza estremismi. Se la lotta proseguirà, se non si arenerà, lo si dovrà a giovani come quelli. Studenti di un ateneo periferico, in una delle zone disastrate del Paese, un ateneo di quelli, probabilmente, “a rischio Tremonti”. Dove, guarda caso, ci sono – accanto ai casi di corruzione denunciati, che umiliano intelligenza e volontà di studiare – giovani dai quali tutti abbiamo da apprendere qualcosa, specie considerando la loro prevalente estrazione sociale, perlopiù assai modesta. E allora, pensando a quell’assemblea serale all’Unical, mi sono detto: caro mio, hai sofferto come a un’assemblea di condominio, ma ne è valsa la pena.

Angelo d’Orsi

domenica 23 novembre 2008

Lettera del Rettore

Ciao a tutt*

a questo link è possibile scaricare e leggere la lettera
che il Rettore ha scritto in seguito alla trasmissione Anno Zero.

http://www.unical.it/portale/portaltemplates/view/view.cfm?10814


Ire